Verona, rettore della Bocconi: “Il coding è il nuovo inglese”

Verona, rettore della Bocconi: “Il coding è il nuovo inglese”

Con i big data, finanza e marketing sono tra le professioni che cambieranno di più nei prossimi anni, ci racconta il rettore dell’università milanese

Alla mia generazione è stato insegnato che nel marketing sviluppavi un prodotto a tavolino, poi lo sperimentavi, facevi la strategia, decidevi il segmento e poi la lanciavi sul mercato. Oggi il marketing è tutto induttivo: lancio il prodotto, vedo cosa succede e lo aggiusto”. Parola di Gianmario Verona, classe 1970, dallo scorso novembre rettore dell’università commerciale Luigi Bocconi di Milano. L’ateneo delle scienze economiche per antonomasia in Italia ora si trova a fronteggiare la rivoluzione digitale. “Due discipline per cui noi siamo famosi, che sono la finanza e il marketing, cambiano per via dell’uso dei big data – spiega Verona -. Sono le professioni che si modificheranno di più nei prossimi anni. Basta guardare come lancia i film Hollywood. A dicembre è uscito un trailer del prossimo film di Spider-Man, poi hanno studiato il buzz dei social e dopo tre mesi esce un altro trailer in cui aggiustano la storia”.

Gianmario Verona, nel 2016, dal rapporto The Future of Jobs del World Economic Forum emerge che il 65% dei bambini che oggi frequentano la scuola primaria in futuro farà un lavoro che oggi non esiste ancora.

Come si pianifica quindi un piano di studi per chi lavorerà tra qualche anno in un mondo soggetto a grandi cambiamenti?

“Siamo davanti a un momento storico analogo a quello della rivoluzione industriale del primo Novecento. Il digitale è la nuova elettricità, ma la differenza profonda è che l’elettricità ti permette di dare potenza dal punto di vista dell’energia fisica, mentre il digitale travalica ogni settore.

In particolare, il lavoro descritto sulle pagine dei Proceedings of the National Academy of Sciences, si è concentrato sull’analisi delle tracce lasciate sugli smartphone di 39 volontari, di cui sono stati raccolti tamponi provenienti da 4 zone diverse del dispositivo e da 8 punti della mano destra del proprietario.

“Le scienze sociali hanno a che fare con i dati e l’accesso ai dati cambierà il modo di imparare. E questo significa aiutare i ragazzi a fare due cose. La prima è insegnare loro il linguaggio del digitale, perché è evidente che molti lavori si trasformano. A settembre partiamo con un corso di Python [un linguaggio di programmazione, ndr] per tutti i nostri studenti triennalisti al primo anno. Il nuovo inglese è il coding. Il punto non è diventare un data scientist ma capire il linguaggio. La seconda cosa è aprire la mente per capire come muovermi in questo mondo. Per questo stiamo inserendo germi di psicologia cognitiva, sociologia e politica. Il tema è che devi diventare bravissimo nella tua disciplina ma dato che non è chiaro cosa sarà la tua disciplina fra cinque anni, devi guardarti intorno”.

È un riflesso delle aziende che cambiano? I modelli di business vedono crescere le big corporation in settori che non sono immediatamente vicini ai loro business di riferimento. Andremo verso un mercato sempre più ristretto a pochi grandi gruppi?

“Cambia la logica della dimensione. Penso ad Alibaba: è un ecosistema. Il futuro è sempre più verso l’imprenditorialità e la mobilità. Oggi bisogna fare business development, fare nuovo business. Nei momenti di rottura hai l’idea che il piccolo conta di più, ma il grande si può riorganizzare. Per esempio, hai il motore di ricerca che produce automobili. In teoria si dice che il ciclo economico va per ere di fermento e per ere di consolidamento. Siamo in un’era di fermento, in cui il piccolo può diventare all’improvviso Facebook. I dati dell’industria musicale dicono che dopo lo choc del downloading e delle librerie come Spotify, ci sono più indie che accedono a classifiche. Questo conferma la teoria della disruption, che dà più accesso. Però i numeri ci dicono anche che le major hanno i loro artisti in posizioni più alti, quindi hanno in mano strumenti per valorizzare meglio il loro mercato”.

In Bocconi si formano studenti che lavoreranno in revisione contabile o in finanza, settori dove sta entrando prepotentemente l’intelligenza artificiale. Anche negli studi legali lavori che erano tradizionale appannaggio dei praticanti ora sono in svolti, in casi sperimentali, da software. Andiamo verso un mondo con meno lavoro?

“Credo che la storia sia l’unico elemento predittivo. E dalla storia si osserva che la tecnologia ha sempre rubato lavoro nel breve termine. Anche la macchina a vapore ha ridotto l’attività che si faceva prima. Nel breve il digitale è disruptive per mondo del lavoro, ma la storia ci insegna che riduce il numero di posti di lavoro nel breve termine e rispetto a un certo tipo di lavoro. Ma nel medio e nel lungo termine amplia lo spettro dei lavori fattibili e li migliora. Il mondo dei servizi è un mondo che non esisteva una volta. Servirà l’intelligenza umana per coordinare e controllare le macchine. Nel 2030 si stima che ci saranno 7 trilioni di sensori al mondo, circa mille a persona. Saremo costantemente monitorati. Eppure, pur sapendo tutto, non sai niente, se non sai utilizzare come utilizzare le informazioni”.

Il digitale è entrato nel vocabolario dell’economia italiana, delle imprese e della politica, eppure si ha l’impressione che manchi qualcosa per completare il salto di competitività. È una sindrome introiettata o in Italia abbiamo un problema vero?

“Ricordiamoci che in Italia abbiamo creato Yoox. Il problema ora è fare delle scelte. A Milano abbiamo un distretto della moda e del design, ma se vogliamo che Milano diventi la città numero uno per le app, ad esempio, del settore medico, oggi lo devi decidere. Se vuoi creare un ecosistema, devi dare delle scelte. L’idea dello Human Technopole [il polo della ricerca biotecnologica nell’area Expo, ndr] è una bellissima idea. A Milano non c’è la Silicon Valley ma si è appena completata una settimana, quella del mobile, fondamentale per settori che sono altrettanto importanti a livello internazionale”.

Di fronte ai grandi eventi politici e sociali che hanno interessato il mondo negli ultimi mesi, perché gli economisti hanno sempre sbagliato previsioni?

“Perché siamo in un momento di rottura, di disruption. Siamo in un momento di complessità tale per cui vale l’effetto farfalla delle previsioni meteo, ma sui macrotrend non sono così scettico. Oggi la parola chiave è geopolitica, perché c’è una variabile in più che in passato era considerata una costante. Ci sono talmente tante variabili e in movimento interconnesso, per cui non è facile fare previsioni, che sono lineari. In Bocconi abbiamo anticipato questo trend dell’economia moderna e in specie dell’economia politica, abbiamo capito l’importanza di studiare queste variabili. Oggi il campo di battaglia è cambiato molto”.

fonte: wired.it



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