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La rete è piena. Di vuoto.

Metà del traffico online non è umano. Più di un sito su tre, tra quelli nati negli ultimi tre anni, lo ha scritto una macchina. Nel 2026 la “dead internet theory” ha smesso di essere una teoria da forum ed è diventata una possibile chiave di lettura per capire perché oggi abbiamo una rete che si riempie di tutto, tranne che di persone.

Vi ricordate quando lo scrolling, a un certo punto, finiva? Quando Instagram, arrivati in fondo, vi avvisava che ormai avevate visto tutto. Il feed era fatto di persone che conoscevate davvero, in ordine cronologico, e a un certo punto si esauriva. Esistono alternative che lo fanno ancora, per fortuna. Due di queste sono Monnett, il social europeo senza AI e senza ADS che mostra solamente cosa postano i tuoi amici, e BeReal (sviluppato in Francia), che privilegia l’autenticità e i legami duraturi.

Ma sulle piattaforme che usa davvero tutto il mondo, come Instagram e TikTok, lo scrolling non finisce mai. E se vi fermate a leggere i commenti sotto un post virale, capita sempre più spesso di avere un dubbio sottile e fastidioso: e se dall’altra parte non ci fosse nessuno? Se quel commento, quella risposta, quel profilo li avesse prodotti una macchina, per un’altra macchina, mentre voi passavate di lì per caso?

Non siete i soli a pensarlo. E, cosa più scomoda, i numeri non vi stanno dando torto.

Ma niente paura. La versione estrema di questa storia, quella per cui esisterebbe un piano per uccidere internet e sostituirci tutti con dei bot, non regge, e vedremo perché. Esiste però un’altra versione misurabile, documentata, molto meno rassicurante. E siccome è sempre consigliabile leggere i dati prima di spaventarsi, partiamo da lì.

 

Una teoria nata in un forum

La “dead internet theory”, la teoria dell’internet morto, nasce intorno al 2021 in un angolo semisconosciuto della rete: il forum Agora Road’s Macintosh Cafe. La tesi originale è affascinante, anche se un filo paranoica: gran parte di ciò che vediamo online non sarebbe più prodotto da esseri umani, ma da bot e sistemi automatici che dialogano tra loro, simulando una vita digitale che in realtà non c’è più.

Per anni è rimasta materiale da appassionati di cospirazioni, finché una rivista come The Atlantic non le ha dedicato spazio. E finché, soprattutto, la realtà non ha iniziato ad assomigliarle.

agora road dead internet theory

 

Metà del traffico non è umano

Ecco il dato che ha tolto la teoria dal recinto dei complotti. Secondo il Bad Bot Report 2025 di Imperva, per la prima volta il traffico generato dai bot ha superato quello umano: 51% contro 49% (nel 2026 siamo già saliti al 53%). Sulla rete che hanno costruito, gli esseri umani sono diventati la minoranza. Nel 2026, il trend continua: 53% contro 47%.

C’è di più, e riguarda i contenuti, non solo il traffico. Una ricerca condotta con Stanford e l’Imperial College London, che ha analizzato milioni di pagine archiviate dall’Internet Archive, ha stimato che circa il 35% dei siti pubblicati dal 2022 a oggi è stato generato dall’intelligenza artificiale (fonte: DDay). Fino alla fine del 2022, prima dei modelli generativi, quella quota era praticamente zero. In meno di tre anni siamo passati dal nulla a più di un sito nuovo su tre. E il vuoto, nel frattempo, avanza anche dall’altro lato: il Pew Research Center ha calcolato che il 38% delle pagine web esistenti nel 2013 oggi è semplicemente sparito (fonte: Pew Research Center). I link si decompongono, i contenuti evaporano, e a riempire lo spazio arrivano fiumi di testo prodotti in serie. Google sta provando delle contromisure con l’introduzione dello Spam Update di agosto 2026: vedremo come andrà nei prossimi mesi.

Qui però va detta una cosa che raramente si legge, perché rovina il finale drammatico dell’apocalisse robot alla quale forse ci piace credere. Quella stessa ricerca ha verificato le accuse più pesanti (che i contenuti IA siano più falsi, basati su assunzioni assurde e meno documentati) e non le ha confermate: nessun aumento significativo di informazioni false, nessuna riduzione evidente delle fonti citate (fonte: DDay). Il problema qui è più sottile: i testi generati dalle macchine tendono a essere più uniformi, meno vari, più “concilianti” nel tono. Così facendo, si crea una rete piena di contenuti che nella forma sono corretti e levigati, ma tutti uguali e sempre più difficili da verificare in mancanza di un autore. Una mediocrità che si moltiplica all’infinito, dove il problema non è la poca attendibilità delle informazioni, ma la poca profondità di analisi.

i, robot dead internet theory

Gif tratta dal film ‘Io, Robot’ (2004, 20th Century Fox). Utilizzo per finalità di critica e discussione ai sensi dell’art. 70 L. 633/1941.). https://giphy.com/gifs/EcrookedletterZ-lol-tech-naw-ABVK96HgZvWI9SBbXr

 

Ci avevano promesso un’altra cosa

Per capire quanto tutto questo ribalti completamente le aspettative che avevamo sul progresso, conviene tornare al 2006. In quell’anno lo studioso Henry Jenkins pubblica Cultura convergente, un libro che descrive un futuro digitale entusiasmante: la rete come luogo di cultura partecipativa, dove i consumatori diventano produttori (i “prosumer”), dove si remixa, si rielabora, si costruisce insieme. L’idea che ha reso popolare suonava quasi come un manifesto: nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa. L’intelligenza collettiva come promessa democratica.

La Dead Internet Theory è il negativo fotografico esatto di quel sogno. Il remix c’è ancora, ma sempre più spesso è la macchina che rimescola la macchina. L’intelligenza collettiva rischia di trasformarsi in automazione collettiva. Con il prosumer che, nel peggiore dei casi, è un bot.

E qui arriva il ribaltamento più onesto, quello che ci riguarda da vicino. Perché è comodo dare la colpa all’intelligenza artificiale, ma in questa corte non è la sola imputata. Come hanno scritto i ricercatori della UCSD (University of California at San Diego) sul loro Guardian, in un pezzo chiamato “Internet è morto, e siamo stati noi a renderlo tale”, gli esseri umani avevano già trasformato la rete in qualcosa di stagnante molto prima che l’IA ci riempisse i feed.

Sono stati gli algoritmi, progettati da noi, a premiare i contenuti che si diffondono in fretta. L’unico parametro degno di nota per gli algoritmi è la viralità del contenuto: se poco dopo la sua pubblicazione il contenuto va virale, allora verrà premiato sempre di più. Non importa se è privo di valore, di significato, addirittura di senso, e tantomeno conta se è stato creato da un umano o da un’AI. In questo modo, ogni idea, per quanto assurda e stravagante, o nei casi peggiori, estremista, polarizzante e incitante all’odio, può diffondersi in poche ore in tutto il mondo.

Will Styler, professore del dipartimento di linguistica dell’UCSD, commenta questo fenomeno senza giri di parole: “Non ho paura dell’AI. Ho paura degli esseri umani che la usano” (fonte: UCSD Guardian). La rete, quindi, non è morta per un complotto. Si è impoverita per via degli incentivi che aveva: incentivi che… abbiamo scritto noi.

dead internet theory ai and bots

Immagine creata con utilizzo di intelligenza artificiale, acquisita da stock.

 

Il serpente che si morde la coda

C’è un punto in cui questo meccanismo diventa quasi vertiginoso, ed è il motore di ricerca. Con AI Overviews, la risposta generata dall’intelligenza artificiale che compare in cima a Google, l’AI rielabora e riassume pezzi di informazione presi dalla rete. Il problema è che una parte di quei pezzi potrebbe, a sua volta, essere stata prodotta da un’altra AI. E gli utenti, sempre più spesso, si fermano lì: alla prima risposta, senza cliccare nessuno dei link sotto.

Provate a seguire il filo. Ci informiamo su una sintesi prodotta da una macchina, che ha attinto a contenuti prodotti da altre macchine, mentre non premiamo mai le fonti originali e umane con un clic, spingendole a scomparire. Come scrive chi lavora nel settore, ci ritroviamo con “navigatori artificiali che visitano contenuti artificiali in modo artificiale” (fonte: AI Blog, Gabriele Gobbo). Un loop in cui le macchine rielaborano ciò che altre macchine hanno fabbricato, e l’essere umano rischia di uscire lentamente dall’inquadratura.

dead internet theory applies to search?

Immagine creata con utilizzo di intelligenza artificiale e successiva revisione umana.

 

Le cose belle sono altrove

Ora: detto tutto ciò, che direzione prendiamo? Non vi diremo di spegnere tutto e iniziare a vivere come eremiti, sarebbe ipocrita: ci avete letto attraverso uno schermo, e su quegli schermi noi ci lavoriamo. Ma vi possiamo dire un’altra cosa. Finché la rete sarà piena di contenuti che non hanno un autore e non hanno uno scopo, l’unica difesa che abbiamo è imparare a riconoscerli. Sviluppare un bullsh*t detector – che poi, alla fine, è spirito critico – che ci aiuta a identificare subito un contenuto spazzatura. A capire quando dall’altra parte c’è qualcuno, e quando invece c’è solo un rumore levigato che non vi promette niente di buono.

Perché questa è la fine di un discorso iniziato mesi fa qui sul nostro MAG. Ad agosto abbiamo raccontato la disconnessione come nuovo lusso, la voglia di staccare trasformata in mercato. A settembre la nostalgia come rifugio, il passato in cui ci ripariamo quando il presente ci mette a disagio. Oggi il rumore che si autoalimenta e non conduce da nessuna parte. Tre facce della stessa domanda: dove sono finite le cose che ci fanno stare bene davvero?

La risposta, quasi sempre, è la stessa. Sono altrove. Fuori dal loop. In una conversazione vera, in un contenuto scritto da qualcuno che aveva qualcosa da dirvi, in un pomeriggio dove nel feed vedi solo chi ti interessa, non persone (o bot?) che compaiono dal nulla senza motivo. La rete può essere piena quanto vuole. Ma le cose che contano, di solito, stanno da un’altra parte.

E se questo pezzo, scritto da esseri umani per esseri umani, vi è piaciuto, condividerlo con qualcuno può aiutarci a diffondere il messaggio. Qualcuno in carne ed ossa, possibilmente.

 

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